Gianmaria Bonà

 

 
 
Nasce a (Perego, 8-5-1954). Vive e lavora a Colle Brianza, Lecco.
Acquisisce la Maturità (nel 1974 presso l’Istituto Parini di Lecco), dirige l’attività imprenditoriale ereditata dal padre, ma la passione per le arti e l’architettura lo spingono a frequentare gli ambienti artistici milanesi e lombardi dove ha la possibilità di conoscere artisti, architetti, stilisti, critici molto affermati.
Comincia a dedicarsi a tempo pieno alla pittura e alla ricerca artistica e nel 1982 inaugura la sua prima personale ad Asti con un lusinghiero successo di pubblico e di vendite. Nel frattempo conosce il maestro curativo Felice Bossone e rafforza con lui una proficua amicizia, portandolo a frequentare regolarmente il suo studio.
Gli ultimi lavori eseguiti ad acquerello sono sottoposti al noto critico militante e talentscout Lorenzo Bonini che ne catturano la sua ammirazione e, la circostanza fa si che si Ordini una mostra personale itinerante dal titolo: “Sessantanove acquerelli intimi” da tenersi presso la storica Galleria Schubert di Milano.
Visto il buon successo delle opere in acquerello, Bonà allarga il suo interesse alla ricerca della pittura astratta che convince il suo curatore a raccogliere e pubblicare in catalogo buona parte delle opere prodotte: “Tsunami” è il titolo azzeccatissimo del saggio critico che lo porta all’attenzione della critica ufficiale.
Nel 2012 inizia l’esperienza di scultore con opere significative e fortemente intrise di pathos portandolo a produrre simboli scultorei utilizzati da note case automobilistiche di fama internazionali per premiare i piloti vincitori e enti morali pubblici.
Esce dai ranghi provinciali con una grande mostra antologica a Panama presso albergo Trump. Mentre in questo nuovo catalogo dal titolo significativo: “Lo spirito della pittura” ci mostra i risultati della sua ultima ricerca sull’anima della pittura “astratta” con l’utilizzo di una nuova e sorprendente tecnica.

Espressione artistica: Espressionismo, astrattismo lirico informale, tecnica mista.
Sue opere sono presenti: in collezioni pubbliche e private in Italia e all’estero (Russia, Brasile, Svizzera, Francia, Portogallo, Romania, Polonia e Inghilterra.


 
MOSTRE:
1982 Asti Galleria Manzetti - Disegni e acquerelli.
1984 Pesaro Galleria Penelope - Opere tecnica mista.
1987 Acqui Terme Galleria Passe-partout Opere a olio.
1990 Grosseto Galleria del Buttero - Opere di paesaggio.
1998 Bibione (Ve) Sala Grand Hotel Marina Blu - Acquerelli marine e paesaggi del litorale.
2000 Mostra Estemporanea Città di Chioggia.
2004 Mostra Isola Albarella (Agosto ‘04- Owest Hotel)
2010 Galleria Schubert Milano - Sessantanove acquerelli intimi - ultimi lavori.
2011 Palazzo Municipale Merate - Tsunami Nuova identità pittorica
2011 Area Cazzaniga Merate - Tsunami Nuova identità pittorica
2012 Spoleto Arte
2013 Panama TRUMP Gallery
2014 Panama TRUMP Gallery
2015 EXPO Milano
2016 Hotel 38 MIlano
2017 Red’s Hotel Mostra permanente
2017 Realizzazione per ACI Milano trofei Mille MIglia Monza e Trofeo Rally show
2017 Scultura per arma Carabinieri
2018 FuoriSalone Galleriaa Monopoli
2018 Arte Parma, Albanese Arte
2018 Arte Padova, Albanese Arte

MOSTRE COLLETTIVE:
1987 Pittori e la montagna Cogne (AO).
1988 Pittori ad Aprica (SO).
1996 Premio di pittura Città di Morbegno (SO).
2000 Premio Città di Baiso (RE).
2001 Premio Estemporaneo Imperial Palace Santa Margherita Ligure (GE).


 
Critiche d'arte
 
HANNO SCRITTO DI LUI:
Angelo Baiguini, Vittorio Sgarbi, Giusi Spezzaferri, Lorenzo Bonini, Felice Bossone, Francesco Zampieri, Laura Civetti, Angelo Dragone, Franco Brasca, Daniele Colombo.
 
Il critico d’arte Lorenzo Bonini scrive in merito al nuovo periodo artistico di Bonà:
La sua più recente ricerca e, mi riferisco essenzialmente al lavoro compiuto negli ultimi anni, Gianmaria Bonà l’ha attuato in un percorso di studio interessante sia in pittura che in scultura. Colpisce, in particolare il passaggio darapporti modular-strutturali; come ad esempio viene presentata incorniciata l’opera in un sistema di multi cornici, poste una sopra l’altra con movimento a spirale che donano un significato concreto agli elementi compositi delle stesse; contenenti il pannello pitturato colmato da un estroso colore monocromo, tipo: fondo oro alla base con interventi di acidi, distribuiti e controllati sulla superficie con interventi manuali a pennello in rapida esecuzione, come voler improntare l’opera sulla diversità del soggetto.

L’approccio alle tematiche modulanti e strutturali le aveva già sperimentate come base, sempre ben presenti nella sua ricerca come elementi nuovi di contestazione straordinaria sulla banalità del campo che circoscrive il soggetto; al quale ha opposto delle articolazioni formali, che mirano a prendere per mano il fruitore e immetterlo in un più critico sistema di visione e poterle giudicare per quelle che sono: uno spettacolo allestito non tanto per l’occhio ma per la mente.

Gianmaria Bonà percorre in tal modo una tra le diverse vie possibili della contestazione dell’arte contemporanea-merceologica, nelle sue disparate ramificazioni. Nel seguire questa via, e, bisogna ancora una volta sottolinearlo, con gli intenti che si è trovato a un dato momento di fronte ad uno spazio più puro al limite d’una rarefazione estrema. Ed è in questo momento che il suo percorso segna quella che potrebbe apparire come un’inversione di rotta, e altro non è che il passaggio da una negazione critica ad una costruzione poetica, ad un’idea positiva.

In quello spazio disintossicato dalle presenze epidermiche e degli accumuli di pensieri passivamente recepiti, egli è andato ponendo segni organizzati sia in rapporto a proprie leggi interne di autoregolazione, sia in rapporto a suggestioni straordinarie lirico-psicologiche, connesse ad una linea di sondaggio nel profondo dell’ emozionalità e dei retroterra preconsci in questa evocazione allusiva di una realtà astratta.
Quindi tutte le critiche formali della fase precedente vengono ora impiegate alla costruzione di fatti irreali personali compromessi, cioè, con gli umori e le idee dell’artista stesso in quanto uomo.

L’informale è soprattutto la chiave metodologica di una indagine su sé stesso che, le consente di usare la creatività come mezzo specifico per accedere all’inconscio e fare riemergere il suo io più nascosto. Eseguire forme del tutto astratte e senza nessuna attinenza con il conoscibile, significa sapersi liberare dai limiti naturalistici della rappresentazione, per privilegiare il gioco cromatico e soprattutto la libertà interpretativa degli stati d’animo. Concedendosi la facoltà di associare e imporsi allo sguardo senza mediazioni di tipo concettuale o teorico e, gli effetti visivi delle sue opere corrispondono quindi alla sostanza stessa del suo rapporto istintivo con la materialità dello spirito della pittura.

I temi dell’altrove, che sono rappresentati dalle vibrazioni tonali dei colori degli acidi, dai lamenti cromatici, dalle cascate liquide sulla superficie color oro del supporto rappresentano la parte poetica di Gianmaria Bonà. Nel loro brulichio sottolineato dalla qualità tenera e spirituale, al tempo stesso acidula del colore, queste opere meritano una lettura attenta. Proprio perché rifiutano la facilità comunicativa dei linguaggi artistici oggi in uso; i suggerimenti abbisognano di un tempo di lettura adeguato che essi oppongono al consumismo culturale.

Polemiche e perché no? Non c’è davvero ad aver paura di questa parola, queste opere convocano il fruitore ad un atto che è altrettanto critico di quello delle precedenti ricerche, ma che tuttavia gli propongono un più diretto coinvolgimento. Penso per esempio a come abbia saputo ben rappresentare il campo pittorico nelle opere oggi esaminate, eliminando le sue tipiche tonalità coloristiche fondati, ma puntando su di una spiritualità pittorica endemica diffusa, raffinata e garbata, che sviluppa e contribuisce a portare avanti itinerari culturali articolati da sperimentazioni d’avanguardia.

Gianmaria Bonà attua un suo pieno riconoscimento d’artista tenace nella sua bella Brianza e non credo che sia questo un risultato da poco, e c’è da sperare che, proprio dall’occasione di questa sua mostra egli riceva dalla critica e dal pubblico avveduto un elogio magniloquente.

Lorenzo Bonini,
critico d’arte, curatore, journalist, consulente del Tribunale di Milano per Arte Moderna




Il direttore editoriale, giornalista e politico Angelo Baiguini scrive in merito al nuovo periodo artistico di Bonà:
Gianmaria Bonà torna e sorprende. Ancora una volta l’artista brianzolo prosegue nella sua tortuosa ricerca, fatta di caparbietà e coraggio. E lo fa andando oltre, il suo è un “andare oltre” fisico, che travalica i confini dell’arte come l’abbiamo intesa sino ad oggi. Le sue nuove opere infatti superano i confini della “tela” per coinvolgere anche la cornice, a dimostrazione di come lo spazio tradizionale, vada ormai stretto all’artista brianzolo.
L’opera quindi nasce e si sviluppa unita al suo supporto, che ne diventa un imprescindibile accessorio.
Una dimostrazione della necessità di Bonà di occupare nuovi spazi, andando oltre la “semplice” opera d’arte.
L’artista ricorre anche a tecniche e materiali inediti, per sperimentare nuovi orizzonti, dove la “tela” come la immaginiamo noi, lascia il posto al metallo, a una materia nobile che difficilmente accoglie l’imprinting della mano dell’artista.
Ed è per questo che Gianmaria Bonà affida agli “acidi” il compito di dare un’anima alla fredda superficie metallica. Lascia alla “base” e al “colore” la libertà di trovare il giusto equilibrio, attraverso forme e immagini esclusive e inedite. Anche questo, che già basterebbe a testimoniare il coraggio di una ricerca estrema, non appaga fino in fondo l’artista, che sente il bisogno di far emergere un “segno” forte. E ancora ricorre al metallo nella sua versione più liquida, per creare forme che segnano l’opera. Ma è il bisogno di evadere, quasi a voler sfuggire agli spazi tradizionali, a caratterizzare l’opera, che spesso si richiama ad un oggetto esterno, legato in modo indissolubile con le sue forme all’opera centrale. Quindi opere che dalla “tela” si propagano alla cornice per poi cercare un punto d’incontro estremo, rispetto all’opera stessa, ma al tempo stesso legato attraverso le forme, come un invisibile cordone ombelicale che unisce la madre con la propria creatura.
E’ evidente che Gianmaria Bonà ha intrapreso una nuova strada, un percorso di cui oggi lui stesso fatica a intravedere il punto d’arrivo. Un percorso che è però già scritto a caratteri di fuoco sulla sua vena artistica.

Angelo Baiguini,
direttore editorialista, giornalista e politico



Gianmaria Bonà, il lungo viaggio dentro la materia
La pittura, i lavori su cuoio, gli acidi su metallo: l’atelier dell’artista brianzolo, a Santa Maria Hoè, è un caleidoscopico percorso di ricerca nei segreti delle cose.

Il paese di Santa Maria Hoè è nel cuore della Brianza, dove i celti hanno lasciato tracce del loro insediamento. A sud c’è il Parco del Curone, oasi naturalistica protetta; a nord le Prealpi, con il San Genesio che supera gli 800 metri. Per raggiungere l’atelier di Gianmaria Bonà, si sale da vie scoscese. Gemma, l’azienda di famiglia che da oltre cinquant'anni produce album fotografici, è proprio di fronte.
Ci accoglie con cortesia. L’occhio ceruleo trasmette uno sguardo trasognato, distante. Ma in realtà cova fuoco sotto la cenere. «Dovrei stare un po’ tranquillo: sono troppo vulcanico, continuo a sperimentare nuovi materiali, soluzioni, pigmenti».
Ci mostra gli ultimi lavori su metallo, alluminio anodizzato oro su cui lampeggiano smalti fluorescenti monocromatici. «Lavoro con acidi, di vari tipi, che non svelo. Nessuno usa questa tecnica. In alcuni casi applico una scultura, in fusione manuale, di vari tipi di metallo, bronzo, ottone, alluminio». Colpisce il sistema di multi-cornici, un composizione sghemba, in abete o larice. «Fa parte dell’opera. Ognuna è assemblata e colorata manualmente. Do io la forma e il movimento, non è mai uguale». Informale, astrattismo: a Bonà sta stretta ogni definizione, da cui rifugge per chiudersi in un suo universo lirico.

Proseguiamo la visita nei 300 metri quadri dell’atelier. Lampade in alluminio dalle forme cubiste, pesci in ottone, statue in bronzo, che richiamano le misteriose stele antropomorfe della Lunigiana; pelle, stoffe, foglia d’oro zecchino e d’argento, cuoio i cui squarci rimandano a Burri, ferro: non c’è materiale che non venga utilizzato. Quasi un desiderio di penetrare i segreti della materia.
«L’amico del cuore» è fatto prendendo spunto dalle emoticon con 100 cuori sul corpo. È stato esposto al Fuori Salone di Milano, come «l’Uovo della vita», in bronzo, che richiama l’organo femminile. L’eros filtra sempre in superficie. Come negli alberi ermafroditi, sempre in bronzo.
Bonà è un artista poliedrico, che ha bisogno di sondare tutte le discipline artistiche, sempre alla ricerca di un altrove. «Ho fatto anche delle creazioni per la moda».

Ci mostra le tele. Ha realizzato migliaia di opere. «Sto in atelier anche fino a tarda sera. Non ho mai capito la differenza tra creativo, artista, designer, arredatore». Uno dei dipinti è fatto solo con polvere di curcuma, fissata con un trasparente catalizzato. «Volevo fare qualcosa per un ristorante» dice sornione.
Ancora sculture, si ferma davanti a un’opera. «Questa non sono ancora riusciti a copiarmela: la fusione di ottone e alluminio in contemporanea. L’alluminio ha un peso specifico più leggero rispetto all'ottone e fonde a temperatura molto più alta. Qui sono fusi insieme. Io lavoro certe sculture anche “in negativo” con la fusione a monostaffa» fa notare.

Gli chiediamo quanto gli manchi non aver terminato la Facoltà di Architettura. «Tanto, avevo dato la metà degli esami. Ho piantato lì perché c’era da lavorare in azienda. Ma ho fatto tante cose. Anche il fotografo d’arte, 40 anni fa (mio padre era fotografo). Ho seguito un corso alla John Kaverdash, ho imparato molto».
Ci soffermiamo su due sculture particolari. La prima è un Gesù Cristo crocefisso: all'apparenza classica. In realtà spunta un irriverente dito medio del Salvatore, sull'onda di altri analoghi e celebri gesti, da quello di Alessandro Cattelan davanti alla Borsa di Milano, a quello di David Černý, galleggiante sulla Moldava, a Praga. «L’ho creata sette anni fa: Cristo era un bell'uomo e colto: non è stato capito». A fianco un’altra opera iconoclastica, che strizza l’occhio a Francis Bacon: un vescovo con un volto sostituito da un deretano.

C’è da perdersi nelle realizzazioni. Mobili, tavoli, sedie, divani. «Faccio anche borse. Sono in cuoio toscano, incise e dipinte a mano. Lapo Elkann mi ha fatto sfilare, le ho vendute in Spagna. Con il mio lavoro sono stato in contatto con tutti i materiali – racconta –. Per il cuoio incidevo con il pirografo a fuoco. Per realizzare gli album usavo raso, cuoio e sbalzi su cuoio, pelle, intarsi di radica. Quindi la serigrafia su vari tipi di materiale, anche finta pelle, su vetro, e incisione a rotella, come i vetri di Boemia, sui simbolismi del matrimonio. Poi copertine in alluminio, dipinte a mano: ne avrò fatto 7mila con bombolette a spruzzo».
Parlerebbe all'infinito, ma lo blocchiamo cercando di strappargli qualche segreto sulle sue opere. «Sono momenti. Non guardo nessuno. Sono un autodidatta. Sono andato a Verona a vedere una mostra d’arte contemporanea e sono uscito come se non avessi visto niente. Certo i classici rimangano tali. Apprezzo di più la pittura».

Prima di uscire dall'atelier ci mostra ancora altri lavori in fieri, un carrello speciale per trasportare bottiglie di spumante magnum, abbozzi di etichette. Ci fa vedere alcune foto. Una sua poltrona in plexiglas e pelle esposta all'autodromo di Monza, il cuore per Eataly di Farinetti, l’Uovo per l’Expo. «Ci ho messo una settimana per quasi tre quintali di gesso». Usciamo dall'atelier che è quasi buio. Ci mostra la sua villa, riparata dai venti, da cui si gode una vista magnifica sulla valle. Accanto c’è la casa sugli alberi da lui progettata e completamente arredata per chi voglia sentirsi un po’ «Barone rampante». È un lungo viaggio dentro la materia. Che non ha fine.

Daniele Colombo
giornalista professionista